A distanza di tre settimane non è difficile parlare del mio mese trascorso in Brasile, ancora di più dopo le foto del mio viaggio che abbiamo messo in mostra ieri qui ad Arese alla festa del Volontario grazie alla mia Misericordia. Ho ancora davanti agli occhi i volti delle persone che ho incontrato e che spero un giorno di poter rivedere, anche se non sarà con le Misericordie o chi lo sa, magari sì.
Il nostro mese qui è stato più di conoscenza che di vera e propria operatività. Abbiamo visitato tre città del Cearà, uno stato del nord est del Brasile di cui Fortaleza è la capitale.
Il nostro referente camilliano, padre Adolfo, ha costruito in vent’anni quattro centri, distribuendoli nelle città di Quixada, Juazeiro do Norte e Fortaleza (sede di due centri). Oggi il centro di Juazeiro è ancora in costruzione e si cercano nuovi fondi per portare avanti il progetto e soprattutto per l’acquisto di un nuovo ultrasonografo.
In questi centri le ragazze gravide o in situazioni difficili (prostituzione, abusi, orfane) sono accolte per essere inserite nei corsi di tessitura, chitarra, informatica, artigianato dove possono imparare un’attività e soprattutto riscoprire la propria dignità come esseri umani amati da Dio e da chi li accoglie qui in Suo nome.
Oltre a questi corsi, nei centri vengono fatte visite ginecologiche gratuite da medici volontari che si alternano in turni e che visitano le donne gravide prima nelle loro case, dando poi loro un appuntamento al quale presentarsi al consultorio dei centri.
I centri sono poi appoggiati da psicologi e da un assistente sociale, figure professionali fondamentali, che aiutano le ragazze ad affrontare le conseguenze del loro passato e del loro presente.
Come spesso padre Adolfo ci ha fatto notare uno dei problemi qui è la mancanza di personale. Mancano volontari che si dedicano a questa vita e a questa missione. E’ difficile reperire infermieri, psicologi e assistenti sociali che accompagnino queste ragazze. Si cerca appoggio presso le università, accogliendo i tirocinanti ma è sempre più difficile trovare anche aiuti da questo ramo.
Per questo si cerca di pensare ad una collaborazione anche con le Misericordie, tenendo però conto che la disponibilità a partire deve comprendere come minimo un paio di mesi. Innanzitutto per la lingua: è necessaria la conoscenza del portoghese. Più volte padre Adolfo, prima di partire ci aveva chiesto di studiare un poco di portoghese da autodidatte. Se non lo avessimo fatto saremmo state perse. Perché è vero che comunque padre Adolfo sa l’italiano e che in un mese si impara a capire, a conoscere e a apprendere la lingua ma questa è una missione di ascolto. Qui noi come volontarie abbiamo girato di casa in casa nelle favelas al fianco delle suore, invitando a venire ai corsi e ai centri, ascoltando le storie delle ragazze e delle persone che vivono in quelle case, che hanno bisogno di essere ascoltate, che hanno bisogno di una parola di conforto o anche solo del silenzio. Ma è importante e fondamentale poter capire cosa quelle persone ci stanno dicendo .
Il nostro ruolo era questo. Fare le visite una volta a settimana nelle diverse case e aiutare a volte padre Adolfo nelle consulte ginecologiche, prendendo i parametri delle ultrasonografie per trasferirli poi al computer, piuttosto che misurando la pressione alle pazienti. Il problema è che questo non viene fatto tutti i giorni della settimana e in alcune giornate ci siamo ritrovate a stare in casa senza niente di concreto da poter fare. Fuori non si poteva uscire da sole perché è pericoloso e perché la preoccupazione nei nostri confronti da parte delle suore e del padre era tanta. Ci siamo a volte sentite inutili, perché personalmente forse mi aspettavo ‘un ruolo’, un qualcosa che nel mio piccolo e in quel poco che so fare o che posso fare avrei potuto dare a questa missione. La conoscenza superficiale della lingua ci ha frenato molto. E inoltre, come molto spesso ci hanno detto, qui c’è bisogno forse soprattutto di personale specializzato. Di qualcuno che possa tenere i corsi, esperto di cucito o di informatica, piuttosto che di medici, di infermieri, di psicologi.
Ma rimango dell’idea che qui c’è bisogno anche solo semplicemente di qualcuno che sappia la lingua e che ascolti le persone.
Perché come ho vissuto sulla mia pelle, anche il solo ascolto dà tanto a chi lo riceve e lascia tanto a chi lo dà. E noi abbiamo fatto questo e quando lo abbiamo fatto, ogni volta io sono tornata a casa stanca ma piena di voglia di ricominciare, di ritornare tra quelle persone a portare qualcosa, anche solo un po’ di compagnia a donne sole, con la disperazione scritta in fronte.
Per questo sono felicissima dell’opportunità che mi è stata data e dell’esperienza che ho vissuto. Pur non capendo molto portoghese all’inizio, ho ascoltato storie di vita che mi hanno fatto crescere come persona e che mi muovono oggi a promuovere questa missione qui in Italia, singolarmente e come Misericordia.
Ho conosciuto persone meravigliose che si dedicano totalmente agli altri, che ci hanno fatto vedere una speranza e un modo concreto di mettere in pratica gli ideali di giustizia e amore verso i più piccoli, verso chi ha bisogno, verso chi è abbandonato e ha bisogno anche solo di una carezza, di un attenzione, di sapere che c’è un modo diverso di vivere, di guardarsi allo specchio, di amarsi e amare la vita.
Ho conosciuto una realtà, una cultura e un popolo diverso che si può aiutare. Con la raccolta fondi, con il volontariato, con progetti alternativi che si possono pensare e affiancare alla missione già esistente nel luogo, come l’aiuto di primo soccorso che come Misericordie si può portare anche lì.
Questa è la mia esperienza, questo è stato il mio Brasile.
Mariairene Benedusi